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	<title>Missionario Francescano - Centro Nazionale</title>
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		<title>LA FAMIGLIA: IL LAVORO E LA FESTA</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 09:02:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
				<category><![CDATA[News & Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Milano, 30 maggio al 3 giugno &#8220;Il prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie costituisce un&#8217;occasione costituisce un&#8217;occasione privilegiata per ripensare il lavoro e la festa nella prospettiva di una famiglia unita e aperta alla vita, ben inserita nella società e nella Chiesa, attenta alla qualità delle relazioni oltre che all&#8217;economia dello stesso nucleo familiare.&#8221; Benedetto XVI [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: small;">Milano, 30 maggio al 3 giugno</span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">&#8220;Il prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie costituisce un&#8217;occasione costituisce un&#8217;occasione privilegiata per ripensare il lavoro e la festa nella prospettiva di una famiglia unita e aperta alla vita, ben inserita nella società e nella Chiesa, attenta alla qualità delle relazioni oltre che all&#8217;economia dello stesso nucleo familiare.&#8221; Benedetto XVI</span></p>
<p> <strong><span style="font-size: small;">Gli Incontri Mondiali delle Famiglie<br />
</span></strong> <span style="font-size: small;">Gli Incontri Mondiali sono stati avviati, per desiderio del Servo di Dio Giovanni Paolo II, in occasione dell’Anno Internazionale della Famiglia nel 1994.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><strong><span style="font-size: small;">Struttura<br />
</span></strong><span style="font-size: small;">Si tratta di una festa delle famiglie e costituisce un’occasione particolare di arricchimento per molte persone attraverso lo scambio reciproco che permette di attualizzare i temi legati alla famiglia e di rilanciare la pastorale familiare.  </span><span style="font-size: small;">E’ anche una grande opportunità per diffondere una nuova cultura della famiglia.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><strong><span style="font-size: small;">Temi delle edizioni precedenti<br />
</span></strong><span style="font-size: small;">Roma, 1994 &#8211; Anno della Famiglia nella Chiesa<br />
<em>La famiglia, cuore della civiltà dell’amore</em></span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><span style="font-size: small;">Rio de Janeiro, 1997<br />
<em>La famiglia: dono e impegno, speranza dell’umanità</em></span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><span style="font-size: small;">Roma, 2000, nel contesto del Grande Giubileo-Giubileo delle Famiglie<br />
<em>I figli, primavera della famiglia e della società</em></span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><span style="font-size: small;">Manila, 2003         <br />
<em>La famiglia cristiana: una buona novella per il terzo millennio</em></span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><span style="font-size: small;">Valencia, 2006<br />
<em>La trasmissione della fede nella famiglia</em></span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><span style="font-size: small;">Città del Messico, 2009<br />
<em>La famiglia, formatrice ai valori umani e cristiani</em></span></p>
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		<title>QUARESIMA 2012 &#8211; MESSAGGIO DI BENEDETTO XVI</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 09:52:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
				<category><![CDATA[News & Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24) la Quaresima ci offre ancora una volta l´opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l´aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: small;">«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24) </span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">la Quaresima ci offre ancora una volta l´opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l´aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E´ un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.<br />
Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla <em>Lettera agli Ebrei</em>: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l´accesso a Dio. Il frutto dell´accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell´attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l´attenzione all´altro, la reciprocità e la santità personale. (&#8230;)</span></p>
<p><strong><em><span style="font-size: small;"> </span></em></strong><strong><em><span style="font-size: small;">Messaggio completo</span></em></strong></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><em><span style="font-size: small;">Fratelli e sorelle,</span></em></p>
<p><em></em><span style="font-size: small;">la Quaresima ci offre ancora una volta l’opportunità di riflettere sul cuore della vita </span><span style="font-size: small;">cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l’aiuto della Parola di Dio </span><span style="font-size: small;">e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. È un </span><span style="font-size: small;">percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di </span><span style="font-size: small;">vivere la gioia pasquale.<br />
</span><span style="font-size: small;">Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto </span><span style="font-size: small;">dalla <em>Lettera agli Ebrei</em>: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella </span><span style="font-size: small;">carità e nelle opere buone» (10,24). È una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro </span><span style="font-size: small;">esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e </span><span style="font-size: small;">l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù </span><span style="font-size: small;">teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della <em>fede» </em>(v. </span><span style="font-size: small;">22), di mantenere salda «la professione della nostra <em>speranza» </em>(v. 23) nell’attenzione costante </span><span style="font-size: small;">ad esercitare insieme ai fratelli «la <em>carità </em>e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per </span><span style="font-size: small;">sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di </span><span style="font-size: small;">preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. </span><span style="font-size: small;">25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e </span><span style="font-size: small;">sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità </span><span style="font-size: small;">personale.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><strong><span style="font-size: small;">1. “<em>Prestiamo attenzione”</em>: la responsabilità verso il fratello.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Il primo elemento è l’invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è <em>katanoein</em>, che </span><span style="font-size: small;">significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà.<br />
</span><span style="font-size: small;">Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, </span><span style="font-size: small;">che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr <em>Lc </em></span><span style="font-size: small;">12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla </span><span style="font-size: small;">pagliuzza nell’occhio del fratello (cfr <em>Lc </em>6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della </span><span style="font-size: small;">stessa <em>Lettera agli Ebrei</em>, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l’apostolo e </span><span style="font-size: small;">sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a </span><span style="font-size: small;">fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a </span><span style="font-size: small;">non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale </span><span style="font-size: small;">l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, </span><span style="font-size: small;">mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la </span><span style="font-size: small;">voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci </span><span style="font-size: small;">chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr <em>Gen </em>4,9), di instaurare relazioni caratterizzate </span><span style="font-size: small;">da premura reciproca, da attenzione al <em>bene </em>dell’altro e a <em>tutto </em>il suo bene. Il grande </span><span style="font-size: small;">comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una </span><span style="font-size: small;">responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in </span><span style="font-size: small;">molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero <em>alter ego, </em>amato in modo </span><span style="font-size: small;">infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così </span><span style="font-size: small;">come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo </span><span style="font-size: small;">di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: </span><span style="font-size: small;">«Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro </span><span style="font-size: small;">accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i </span><span style="font-size: small;">popoli» (Lett. enc. <em>Populorum progressio </em>[26 marzo 1967], n. 66).<br />
</span><span style="font-size: small;">L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli </span><span style="font-size: small;">aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del </span><span style="font-size: small;">bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è </span><span style="font-size: small;">«buono e fa il bene» (<em>Sal </em>119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la </span><span style="font-size: small;">fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il </span><span style="font-size: small;">bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello </span><span style="font-size: small;">vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo </span><span style="font-size: small;">di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze </span><span style="font-size: small;">altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di </span><span style="font-size: small;">questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il </span><span style="font-size: small;">sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso </span><span style="font-size: small;">dai briganti (cfr <em>Lc </em>10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si </span><span style="font-size: small;">avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr <em>Lc </em></span><span style="font-size: small;">16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del </span><span style="font-size: small;">guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole </span><span style="font-size: small;">verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto </span><span style="font-size: small;">i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere </span><span style="font-size: small;">misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre </span><span style="font-size: small;">cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di </span><span style="font-size: small;">cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore </span><span style="font-size: small;">alla compassione e all’empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece </span><span style="font-size: small;">non intende ragione» (<em>Pr </em>29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel </span><span style="font-size: small;">pianto» (<em>Mt </em>5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del </span><span style="font-size: small;">dolore altrui. L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di </span><span style="font-size: small;">salvezza e di beatitudine. </span><span style="font-size: small;">Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene </span><span style="font-size: small;">spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in </span><span style="font-size: small;">oblio: <em>la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. </em>Oggi, in generale, si è assai </span><span style="font-size: small;">sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace </span><span style="font-size: small;">quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi </span><span style="font-size: small;">tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la </span><span style="font-size: small;">salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella </span><span style="font-size: small;">Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e </span><span style="font-size: small;">diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (<em>Pr </em>9,8s). Cristo </span><span style="font-size: small;">stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr <em>Mt </em>18,15). Il </span><span style="font-size: small;">verbo usato per definire la correzione fraterna &#8211; <em>elenchein </em>- è il medesimo che indica la </span><span style="font-size: small;">missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male </span><span style="font-size: small;">(cfr <em>Ef </em>5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale </span><span style="font-size: small;">quella di «ammonire i peccatori». È importante recuperare questa dimensione della carità </span><span style="font-size: small;">cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani </span><span style="font-size: small;">che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto</span><span style="font-size: small;">che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la </span><span style="font-size: small;">verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da </span><span style="font-size: small;">spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e </span><span style="font-size: small;">sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene </span><span style="font-size: small;">sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu </span><span style="font-size: small;">vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (<em>Gal </em>6,1). Nel nostro mondo impregnato </span><span style="font-size: small;">di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per </span><span style="font-size: small;">camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (<em>Pr </em>24,16), dice la </span><span style="font-size: small;">Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr <em>1 Gv </em>1,8). È un grande servizio quindi </span><span style="font-size: small;">aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e </span><span style="font-size: small;">camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama </span><span style="font-size: small;">e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr <em>Lc </em>22,61), come ha fatto e fa </span><span style="font-size: small;">Dio con ciascuno di noi.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">2. “<em>Gli uni agli altri”</em>: il dono della reciprocità.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla </span><span style="font-size: small;">sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta </span><span style="font-size: small;">morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda </span><span style="font-size: small;">sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere </span><span style="font-size: small;">nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla </span><span style="font-size: small;">edificazione vicendevole» (<em>Rm </em>14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (<em>ibid. </em></span><span style="font-size: small;">15,2), senza cercare l’utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (<em>1 Cor </em></span><span style="font-size: small;">10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere </span><span style="font-size: small;">parte della vita della comunità cristiana.<br />
</span><span style="font-size: small;">I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione </span><span style="font-size: small;">che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l’altro mi </span><span style="font-size: small;">appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui </span><span style="font-size: small;">un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli </span><span style="font-size: small;">altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una </span><span style="font-size: small;">dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la </span><span style="font-size: small;">comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si </span><span style="font-size: small;">rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si </span><span style="font-size: small;">dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre» (<em>1 Cor </em>12,25), afferma San </span><span style="font-size: small;">Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione </span><span style="font-size: small;">l’elemosina &#8211; tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno &#8211; si radica in </span><span style="font-size: small;">questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni </span><span style="font-size: small;">cristiano può esprimere la sua partecipazione all’unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli </span><span style="font-size: small;">altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare </span><span style="font-size: small;">con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi </span><span style="font-size: small;">figli. Quando un cristiano scorge nell’altro l’azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e </span><span style="font-size: small;">dare gloria al Padre celeste (cfr <em>Mt </em>5,16).</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><strong><span style="font-size: small;">3. “<em>Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”</em>: camminare insieme nella </span></strong><strong><span style="font-size: small;">santità.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Questa espressione della <em>Lettera agli Ebrei </em>(10,24) ci spinge a considerare la chiamat </span><span style="font-size: small;">universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più </span><span style="font-size: small;">grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr <em>1 Cor </em>12,31-13,13). L’attenzione </span><span style="font-size: small;">reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la </span><span style="font-size: small;">luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (<em>Pr </em>4,18), in attesa di vivere il </span><span style="font-size: small;">giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e </span><span style="font-size: small;">compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per </span><span style="font-size: small;">giungere alla piena maturità di Cristo (cfr <em>Ef </em>4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si </span><span style="font-size: small;">situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell’amore e </span><span style="font-size: small;">delle buone opere.<br />
</span><span style="font-size: small;">Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del </span><span style="font-size: small;">rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr <em>Mt </em>25<em>,</em>25s)<em>.<br />
</em></span><span style="font-size: small;">Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano </span><span style="font-size: small;">divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr <em>Lc </em>12,21b; <em>1 Tm </em>6,18). I </span><span style="font-size: small;">maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e </span><span style="font-size: small;">sorelle, accogliamo l’invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» </span><span style="font-size: small;">(Giovanni Paolo II, Lett. ap. <em>Novo millennio ineunte </em>[6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza </span><span style="font-size: small;">della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani </span><span style="font-size: small;">esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: </span><span style="font-size: small;">«gareggiate nello stimarvi a vicenda» (<em>Rm </em>12,10).<br />
</span><span style="font-size: small;">Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e </span><span style="font-size: small;">di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel </span><span style="font-size: small;">servizio e nelle opere buone (cfr <em>Eb </em>6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo </span><span style="font-size: small;">santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido </span><span style="font-size: small;">all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione </span><span style="font-size: small;">Apostolica.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"> </span><span style="font-size: small;">Dal Vaticano, 3 novembre 2011, </span><span style="font-size: small;">Benedetto XVI</span></p>
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		<title>NOSTRA SIGNORA DI LOURDES</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 18:21:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla «Lettera» di santa Maria Bernardetta Soubirous, vergine (Lettera a P. Gondrand, a. 1861; cfr. A. Ravier, Le scrits de sante Bernardette, Paris, 1961, pp. 53-59) Una Signora mi ha parlato Un giorno, recatami sulla riva del fiume Gave per raccogliere legna insieme con due fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span style="font-size: small;"><span style="color: #800000;"><span style="font-family: Book Antiqua;">Dalla «Lettera» di santa Maria Bernardetta Soubirous, vergine<br />
<em>(Lettera a P. Gondrand, a. 1861; cfr. A. Ravier, Le scrits de sante Bernardette, Paris, 1961, pp. 53-59)</em></span></span><span style="color: #ff0000;"><strong></strong></span></span></div>
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #ff0000;"><strong><span style="font-family: Book Antiqua;">Una Signora mi ha parlato</span></p>
<div><span style="color: #800000;"><br />
Un giorno, recatami sulla riva del fiume Gave per raccogliere legna insieme con due fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma vidi che gli alberi non si muovevano affatto, per cui levai la testa e guardai la grotta. Vidi una Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d&#8217;oro, che era dello stesso colore della corona del rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi, credendo a un abbaglio. Misi le mani in grembo, dove trovai la  mia corona del rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla fronte, ma non riuscii ad alzare la mano, che mi cadde. Avendo quella Signora fatto il segno della croce, anch&#8217;io, pur con mano tremante, mi sforzai e finalmente vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il rosario, mentre anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo rosario, senza tuttavia muovere le labbra. Terminato il rosario, la visione subito scomparve.<br />
Domandai alle due fanciulle se avessero visto qualcosa, ma quelle dissero di no; anzi mi interrogarono cosa avessi da rivelare loro. Allora risposi di aver visto una Signora in bianche vesti, ma non sapevo chi fosse. Le avvertii però di non farne parola. Allora anch&#8217;esse mi esortarono a non tornare più in quel luogo, ma io mi rifiutai.<br />
Vi ritornai pertanto la domenica, sentendo di esservi interiormente chiamata.<br />
Quella Signora mi parlò soltanto la terza  volta e mi chiese se volessi recarmi da lei per quindici giorni. Io le risposi di sì. Ella aggiunse che dovevo esortare i sacerdoti perché facessero costruire là una cappella; poi mi comandò di bere alla fontana. Siccome non ne vedevo alcuna, andavo verso il fiume Gave, ma ella mi fece cenno che non parlava del fiume e mi mostrò col dito una fontana. Recatami là, non trovai se non poca acqua fangosa. Accostai la mano, ma non potei prender niente; perciò cominciai a scavare e finalmente potei attingere un po&#8217; d&#8217;acqua; la buttai via per tre volte, alla quarta invece potei  berla. La visione allora scomparve ed io me ne tornai verso casa. <br />
Per  quindici  giorni però  ritornai colà e  la Signora mi apparve tutti i giorni tranne un lunedì e un venerdì, dicendomi di nuovo di avvertire i  sacerdoti che facessero costruire là una cappella, di andare a lavarmi alla fontana e di pregare per la conversione dei peccatori. Le domandai più volte chi fosse, ma sorrideva dolcemente. Alla fine, tenendo le braccia levate ed alzando gli occhi al cielo, mi disse di essere l&#8217;Immacolata Concezione.<br />
Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno; cosa che io ho fedelmente  osservato fino ad oggi.</span></div>
<p></strong></span><span style="color: #800000;"> </p>
<p></span></span></p>
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		<title>INDONESIA: DIALOGO CON L&#8217;ISLAM, SFIDA POSSIBILE</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 18:13:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Essere religiosi, in Indonesia, significa essere interreligiosi”: un forte appello a dialogare con tutte le fedi è stato lanciato da mons. Johannes Pujasumartam, segretario generale della Conferenza episcopale indonesiana e vescovo di Bandung, “Il dialogo è un modo maturo e intelligente di essere indonesiani. La Chiesa che stiamo costruendo dovrebbe essere la Chiesa dei poveri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;">“Essere religiosi, in Indonesia, significa essere interreligiosi”: un forte appello a dialogare con tutte le fedi è stato lanciato da mons. Johannes Pujasumartam, segretario generale della Conferenza episcopale indonesiana e vescovo di Bandung, “Il dialogo è un modo maturo e intelligente di essere indonesiani. </span><span style="font-size: small;">La Chiesa che stiamo costruendo dovrebbe essere la Chiesa dei poveri e che si preoccupa per le vittime dell&#8217; ingiustizia”. In Indonesia la religione musulmana è la più diffusa, mentre tra i cristiani i più numerosi sono i protestanti. Su 231 milioni di abitanti, i cattolici sono otto milioni.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><strong><span style="font-size: small;">Qual è la situazione del dialogo islamo-cristiano in Indonesia?<br />
</span></strong><span style="font-size: small;">Il paese, grazie al pluralismo che deriva anche dalla sua composizione religiosa, ha una presenza cristiana organizzata nell&#8217;Associazione delle Chiese indonesiane (Pgi, le iniziali in lingua locale) che vedono 98 Chiese-membri in tutto l&#8217;arcipelago.<br />
</span><span style="font-size: small;">Noi lavoriamo al suo interno, ma cerchiamo anche una relazione con le 315 chiese di matrice evangelica </span><span style="font-size: small;">che non sono parte di Pgi.<br />
</span><span style="font-size: small;">Ciò a volte crea problemi e impedisce migliori rapporti tra le Chiese.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><strong><span style="font-size: small;">Quale significato ha il dialogo nel contesto indonesiano?<br />
</span></strong><span style="font-size: small;">Quando parliamo di dialogo interreligioso è importante non sottolineare tanto l&#8217;aspetto umano, quanto la creazione di una concreta condivisione e la costruzione di una vera armonia tra le fedi. Crediamo possa esistere armonia tra le reli-gioni e che noi cattolici dovremmo essere capaci di diffondere la Buona Notizia attraverso le nostre comunità, ma anche concretizzandole in giustizia, diritti e costruzione di pace nella società.<br />
</span><span style="font-size: small;">La Commissione Giustizia e pace della Conferenza cattolica indonesiana, attraverso il </span><span style="font-size: small;">suo processo di dialogo chiamato “vita e servizio”, è impegnata continuamente nel rafforzamento dei rapporti e delle azioni all&#8217;interno della comunità, ma con un&#8217;ottica di “mano tesa” verso le altre comunità.</span></p>
<p><span style="font-size: small;"> </span><strong><span style="font-size: small;">P. Ferdinando Severi e il dialogo interreligioso<br />
</span></strong><span style="font-size: small;">Banda Aceh, o Kutaraja, l&#8217;antico nome, è la capitale della Provincia di D.I. Aceh. Conta 200.000 abitanti. </span><span style="font-size: small;">Ad Aceh, provincia musulmana del nord Sumatra, P. Ferdinando lavora per il dialogo interreligioso e i diritti umani. Il frate francescano conventuale, da 43 anni in Indonesia e dal 1991 ad Aceh, è impegnato in attività sociali nella parrocchia, ove risiedono circa 1.400 cattolici su una popolazione di 200mila abitanti.<br />
</span><span style="font-size: small;">Una delle attività di P. Severi è l’assistenza ai bambini musulmani handicappati, &#8220;per mostrare ai </span><span style="font-size: small;">musulmani la nostra attenzione e apertura&#8221;. Con finanziamenti della Caritas Indonesiana e di benefattori italiani ed europei, p. Severi ha organizzato interventi chirurgici per migliaia di bambini disabili.<br />
</span><span style="font-size: small;">P. Ferdinando è &#8220;amato e minacciato&#8221; soprattutto per questa sua attività a sfondo sociale e caritativo. </span><span style="font-size: small;">Egli raccoglie ogni anno una settantina di persone (soprattutto bambini) portatrici di handicap fisico (poliomelite, labbro leporino, ecc.) e li porta in Missione a Deli Tua (Medan) per farli operare. L&#8217;operazione </span><span style="font-size: small;">è fatta gratuitamente da chirurghi olandesi, ma poi occorrono mesi di fisioterapia in centri specializzati con forti spese da lui sostenute gratuitamente. </span><span style="font-size: small;">Nonostante questo, pur amato da tanti, è anche minacciato dai Capi musulmani che vedono questa sua opera un modo per fare proselitismo. </span><span style="font-size: small;">Ma nessuno di questi pazienti viene spinto alla conversione da P. Ferdinando.</span></p>
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		<title>FRANCESCANI IN INDONESIA: ANNUNCIO EVANGELICO E SOLIDARIETA&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 18:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
				<category><![CDATA[News & Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[In Indonesia la religione musulmana e la piu diffusa, mentre tra i cristiani i piu numerosi sono i protestanti. Su 231 milioni di abitanti, i cattolici sono 8 milioni. I francescani, lavorano per il dialogo interreligioso e i diritti umani.  Intervista a P. Antonio Razzoli, missionario in Indonesia  La presenza dei frati conventuali in Indonesia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In Indonesia la religione musulmana e la piu diffusa, mentre tra i cristiani i piu numerosi sono i protestanti.<br />
Su 231 milioni di abitanti, i cattolici sono 8 milioni.<br />
I francescani, lavorano per il dialogo interreligioso e i diritti umani.</p>
<p style="text-align: right;"> <strong>Intervista a P. Antonio Razzoli, missionario in Indonesia</strong></p>
<p> La presenza dei frati conventuali in Indonesia inizia nel 1936 a Bogor, a sud di Jakarta, inizialmente con i cattolici olandesi, in seguito, dopo l&#8217;indipendenza nel 1945, anche con gli indonesiani.</p>
<p>Nel 1962 la nostra chiesa venne eretta cattedrale. Tre chierici indonesiani divennero sacerdoti e aprirono nel 1967 una nuova missione nella diocesi di Medan. Non fu una missione fortunata, purtroppo il Superiore, P. Adeodato Laibahas, annego nel lago Toba; un suo confratello mori in un incidente stradale a Muntilan; Padre Paolo Lie Ka Kwi aspetto il drappello italiano nel 1968, ma poi torno in Germania per questioni di cittadinanza. La zona affidata, grande come il Molise, con centro Delitua a sud est della citta di Medan, aveva allora circa 100.000 abitanti di cui 2000 cattolici, con 12 stazioni missionarie di cui 5 con la chiesa semi permanente. Erano appena state avviate quattro scuole elementari. P. Giuseppe Brentazzoli, P. Ferdinando Severi, P. Antonio Murru furono i primi tre missionari, ospiti per due anni, del Signor Sembiring Depari, proprietario di una piccolo clinica. L&#8217;entusiasmo era tanto e ogni difficolta svaniva come neve al sole.</p>
<p> <strong>In dialogo con la cultura locale<br />
</strong>Il primo approccio fu quello di conoscere la lingua e i valori della cultura dei &#8220;Karo&#8221;, la popolazione della zona, specialmente con quelli che avevano maggiore affinita con i valori cristiani. Per esempio, la cerimonia“pepitulayoken”: all’ottavo giorno la zia porta il neonato alla fonte o torrente del villaggio e lo lava e lo rilava per ottenere uno stadio di purificazione prima non posseduto. Cosi pure &#8220;Putar&#8221;, una specie di segno di croce fatto in fronte e sulle guance con il nero delle pentole per ottenere incolumita in battaglia o nelle liti. &#8220;Bura&#8221; una collana fatta di piccole conchiglie o semi, portata al collo come protezione verso gli spiriti. &#8220;Lau Simalem-malem&#8221; acqua in una tazza bianca bevuta a turno tra contendenti in segno di riconciliazione. Tali correlazioni facilitavano la comprensione dei valori evangelici e rendevano questa gente adatta a ricevere innesti di qualita e autenticita biblica.</p>
<p> <strong>Quali modalità avete seguito nell&#8217;evangelizzazione?<br />
</strong>Il metodo della prima evangelizzazione fu proprio quello di valorizzare e purificare, portare l&#8217;uomo dalla nebulosità dell&#8217;animismo alla chiarezza della luce di Cristo, dall’incertezza dell&#8217;idolatria alla certezza della fede in Dio Padre, creatore di ogni cosa. Nella diffusione evangelica e stata utilizzata la rete parentale, che ha diverse modalita e tutte con una intensita considerevole, con sfumature spesso impercettibili per gli stranieri.<br />
Basti pensare che un matrimonio normale ha 1500 e piu invitati, con rapporti di parentela ben determinati. Questa rete, ricchezza indiscussa del popolo Batak, e nello stesso tempo un mezzo di apostolato di prima efficienza. Vuol dire che, per esempio, una ragazza che si e accostata a Cristo nella scuola Cattolica, una volta promossa torna al villaggio portando la sua ricchezza culturale e religiosa; a quel punto i familiari, le amiche, il villaggio, insomma, avra delle domande da farle, cosi il passo verso Cristo, per l’intera comunita, non sara difficile. Le scuole, gli ospedali, gli istituti tecnici, fiore all&#8217;occhiello non solo della Chiesa Cattolica, ma della nazione Indonesiana, sono state il volano piu efficiente, sia per la diffusione del Vangelo sia come coefficiente piu alto di coesione per le centinaia di popoli dell&#8217;arcipelago a divenire nazione Indonesiana.<br />
Non a caso il &#8220;Pancasila&#8221;, cinque principi del buon vivere democraticamente la costituzione stessa, sono nutriti di positivita Cristiana. Strano per una nazione che ora ha aspirazioni Islamiche, ma la storia ha il suo corso e non e che da accettare. I missionari di vari secoli fa&#8217;, come i Minori Conventuali del secolo scorso, sono andati per il primo annuncio evangelico, che ha comportato, innanzitutto, la costruzione di scuole e la loro gestione, ospedali e altre opere sociali.</p>
<p> <strong>Quale servizio pastorale svolgete oggi?<br />
</strong>In sequito i fedeli sempre piu numerosi portarono alla costituzione di parrocchie e dopo anni il tipo di apostolato e cambiato, come a Delitua, primo nostro centro a Sumatra, dove ci si e avviati verso un servizio pastorale parrochiale, specie perche il clero locale era insufficiente in rapporto al numero dei fedeli. Nell&#8217;Implantatio Ecclesiae, di pari passo, si e pensato all&#8217;Ordine creando seminari e noviziato. Cosi pure il tipo di approccio nella vita di apostolato ha avuto uno stile francescano di semplicita e vicinanza con la gente, ancora oggi evidente, ma qua e la i segni del consumismo cominciano ad affacciarsi e la testimonianza francescana e sempre piu difficile. Il coinvolgimento dei laici nella devozione mariana e stato fin dall&#8217;inizio molto presente e continua ad esserlo. La devozione alla vergine Maria si esprime nel Rosario recitato a gruppi di famiglie in chiesa e all&#8217;aperto nelle grotte mariane, che sorgono un po’ ovunque, luoghi indicati, soprattutto, per i fine settimana di ritiro spirituale. Purtroppo la Teologia Mariano Kolbiana e piuttosto meditativa e difficile da diffondere fra la popolazione; in Indonesia e molto diffusa la &#8220;Legio Mariae&#8221; e per non fare doppioni, la Milizia Immacolata e stata diffusa fra gli aspirati e i frati dell’Ordine.</p>
<p> <strong>Ci parli dell&#8217;impegno socio-caritativo e impegno </strong><strong>tra gli ultimi?<br />
</strong>L&#8217;impegno socio-caritativo e stato decisamente preminente. Scuole con piu di 10.000 alunni dall&#8217;asilo alle superiori e ultimamente la scuola superiore di catechesi con titolo accademico. Tante le opere, anche gestite dai fedeli: orfanotrofi, lebbrosari, cliniche e istituti per disabili, dove vengono fatte centinaia di operazioni per disabili e tante opere minori.<br />
Fra i donatori dobbiamo ricordare la Caritas Antoniana, Zambia 2000 e naturalmente la Provincia Bolognese. Inutile dire che tutto e stato possibile per il grande e intenso coinvolgimento della gente, ma anche per l’evidente necessita di tali realizzazioni. Il principio portante era di non fare regali, ma di utilizzare fondi che ritornassero in un decennio per fare altre realizzazioni. Per quanto riguarda esperienze di &#8220;inserimento&#8221; tra gli ultimi, possiamo dire che nella zona da noi seguita non ci sono casi estremi di miseria. Qui gli ultimi sono gli analfabeti e abbiamo concentrato i nostri maggiori sforzi per debellare questa piaga. Nel lebbrosario costruito per 12 famiglie, ora ne sono presenti solo quattro e in futuro non prevediamo un loro aumento.<br />
Siamo inseriti in mezzo alla gente e il loro affetto ci dice che un pò di Francesco e Antonio siamo riusciti a trasmetterli.</p>
<p> <strong>La dimensione francescana è quindi ben accolta </strong><strong>in terra indonesiana<br />
</strong>La specificità francescana e stata ed e il leitmotiv del nostro essere e del nostro apostolato fatto di discreta e continua presenza fra la gente. La strada verso &#8220;La Verna&#8221; e in salita, non solo perche la cultura del posto, che vede nelle possibilità generative, una garanzia di futuro, ma anche il vento tiepido e insistente del consumismo che comincia a farsi sentire.<br />
Le vocazioni locali sono affascinate dal ruolo del sacerdote che porta Cristo Eucarestia, pane di vita e forza di salvezza, meno attratte dalla vita religiosa in se. Rimane pur vero, pero, che la vita di insieme che appartiene alla mentalità del posto e un coefficiente che raggruppa e porta verso Francesco e il suo stile di vita.<br />
Il passaggio tra missionari e nativi non comporta difficoltà eccessive.  Le difficoltà sono di altro genere: il caldo afoso e umido che porta spossatezza; le debolezze di vario genere che ci accompagnano sempre nella salita verso il monte del Signore.<br />
In questi ultimi anni e stato evidente lo sforzo di trasmettere alle nuove generazioni la gioia francescana, l&#8217;amore alla liturgia e la centralità di Cristo crocifisso fonte di perdono, riconciliazione e salvezza. Soltanto che la cultura del posto ha diversi limiti: la gioia e l&#8217;allegria non hanno posto nel repertorio ufficiale della vita. Ci vorrà molto sforzo e qualche “profeta” per fare breccia e divenire parte della cultura. Una mestizia velata caratterizza la cultura indonesiana in genere, una eccessiva esigenza di ufficialità avvolge la vita di questo arcipelago.<br />
L&#8217;amore alla liturgia, invece, e cosa molto naturale, innata. Ricordiamo la cerimonialità degli atteggiamenti, l&#8217;attenzione alle piccolo cose, il valore dei simboli, il timore verso il sacro; sono aspetti che se illuminati da buona Teologia Liturgica, porteranno frutti abbondanti.</p>
<p>La croce simbolo del perdono salvifico, anche se elemento esterno alla loro cultura ha giafatto breccia nel cuore dei più, specie nella parte est dell&#8217;Indonesia dove il Cristianesimo portato nel XVI secolo e penetrato in profondità e fa ormai parte della cultura.<br />
Particolare interesse merita il rapporto natura-cultura, la ricchezza della vegetazione, i panorami affascinanti, la misteriosità delle acque e dei vulcani, la convinzione che il Creatore abbia lasciato in ogni cosa la prezenza del suo Spirito, lega l&#8217;uomo al creato in simbiosi profonda e misteriosa. Perfezionare e allungare tale segmento “natura, cultura, Dio Padre” e la missione della generazione locale e in ciò S. Francesco e riconosciuto come maestro e guida.</p>
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		<title>VERSO LA FAMILY DAY 2012</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 15:42:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
				<category><![CDATA[News & Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[La lettera di Papa Benedetto XVI A conclusione del VI Incontro Mondiale delle Famiglie, svoltosi a Città del Messico nel gennaio 2009, annunciai che il successivo appuntamento delle famiglie cattoliche del mondo intero con il Successore di Pietro avrebbe avuto luogo a Milano, nel 2012, sul tema &#8220;La Famiglia: il lavoro e la festa&#8221;. Desiderando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1>La lettera <a href="http://www.missionariofrancescano.org/site/wp-content/2012/02/incontro_mondiale_famiglie.jpg"></a>di Papa Benedetto XVI</h1>
<p>A conclusione del VI Incontro Mondiale delle Famiglie, svoltosi a Città del Messico nel gennaio 2009, annunciai che il successivo appuntamento delle famiglie cattoliche del mondo intero con il Successore di Pietro avrebbe avuto luogo a Milano, nel 2012, sul tema &#8220;La Famiglia: il lavoro e la festa&#8221;.</p>
<p>Desiderando ora avviare la preparazione di tale importante evento, sono lieto di precisare che esso, a Dio piacendo, si svolgerà dal 30 maggio al 3 giugno, e fornire al tempo stesso qualche indicazione più dettagliata riguardo alla tematica e alle modalità di attuazione.</p>
<p>Il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra i coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr Gen 1-2) ci dice che famiglia, lavoro e giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un&#8217;esistenza pienamente umana.</p>
<p>L&#8217;esperienza quotidiana attesta che lo sviluppo autentico della persona comprende sia la dimensione individuale, familiare e comunitaria, sia le attività e le relazioni funzionali, come pure l&#8217;apertura alla speranza e al Bene senza limiti.</p>
<p>Ai nostri giorni, purtroppo, l&#8217;organizzazione del lavoro, pensata e attuata in funzione della concorrenza di mercato e del massimo profitto, e la concezione della festa come occasione di evasione e di consumo, contribuiscono a disgregare la famiglia e la comunità e a diffondere uno stile di vita individualistico.</p>
<p>Occorre perciò promuovere una riflessione e un impegno rivolti a conciliare le esigenze e i tempi del lavoro con quelli della famiglia e a ricuperare il senso vero della festa, specialmente della domenica, pasqua settimanale, giorno del Signore e giorno dell&#8217;uomo, giorno della famiglia, della comunità e della solidarietà.</p>
<p>Il prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie costituisce un&#8217;occasione privilegiata per ripensare il lavoro e la festa nella prospettiva di una famiglia unita e aperta alla vita, ben inserita nella società e nella Chiesa, attenta alla qualità delle relazioni oltre che all&#8217;economia dello stesso nucleo familiare.</p>
<p>L&#8217;evento, per riuscire davvero fruttuoso, non dovrebbe però rimanere isolato, ma collocarsi entro un adeguato percorso di preparazione ecclesiale e culturale.</p>
<p>Auspico pertanto che già nel corso dell&#8217;anno 2011, XXX anniversario dell&#8217;Esortazione apostolica Familiaris consortio, &#8220;magna charta&#8221; della pastorale familiare, possa essere intrapreso un valido itinerario con iniziative a livello parrocchiale, diocesano e nazionale, mirate a mettere in luce esperienze di lavoro e di festa nei loro aspetti più veri e positivi, con particolare riguardo all&#8217;incidenza sul vissuto concreto delle famiglie.</p>
<p>Famiglie cristiane e comunità ecclesiali di tutto il mondo si sentano perciò interpellate e coinvolte e si pongano sollecitamente in cammino verso &#8220;Milano 2012&#8243;. Il VII Incontro Mondiale avrà, come i precedenti, una durata di cinque giorni e culminerà il sabato sera con la &#8220;Festa delle Testimonianze&#8221; e domenica mattina con la Messa solenne.</p>
<p>Queste due celebrazioni, da me presiedute, ci vedranno tutti riuniti come &#8220;famiglia di famiglie&#8221;. Lo svolgimento complessivo dell&#8217;evento sarà curato in modo da armonizzare compiutamente le varie dimensioni: preghiera comunitaria, riflessione teologica e pastorale, momenti di fraternità e di scambio fra le famiglie ospiti con quelle del territorio, risonanza mediatica.</p>
<p>Il Signore ricompensi fin d&#8217;ora, con abbondanti favori celesti, l&#8217;Arcidiocesi ambrosiana per la generosa disponibilità e l&#8217;impegno organizzativo messo al servizio della Chiesa Universale e delle famiglie appartenenti a tante nazioni.</p>
<p>Mentre invoco l&#8217;intercessione della santa Famiglia di Nazaret, dedita al lavoro quotidiano e assidua alle celebrazioni festive del suo popolo, imparto di cuore a Lei, venerato Fratello, ed ai Collaboratori la Benedizione Apostolica, che, con speciale affetto, estendo volentieri a tutte le famiglie impegnate nella preparazione del grande Incontro di Milano.</p>
<p>Da Castel Gandolfo, 23 agosto 2010<br />
Benedetto XVI</p>
]]></content:encoded>
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		<title>GIORNATA NAZIONALE DELLA VITA 2012: GIOVANI APERTI ALLA VITA</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:41:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
				<category><![CDATA[News & Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[“Giovani aperti alla vita” La vera giovinezza risiede e fiorisce in chi non si chiude alla vita. Essa è testimoniata da chi non rifiuta il suo dono – a volte misterioso e delicato – e da chi si dispone a esserne servitore e non padrone in se stesso e negli altri. Del resto, nel Vangelo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.missionariofrancescano.org/site/wp-content/2012/01/images2.jpg"></a></strong></p>
<p><strong>“Giovani aperti alla vita”</strong></p>
<p>La vera giovinezza risiede e fiorisce in chi non si chiude alla vita. Essa è testimoniata da chi non rifiuta il suo dono – a volte misterioso e delicato – e da chi si dispone a esserne servitore e non padrone in se stesso e negli altri. Del resto, nel Vangelo, Cristo stesso si presenta come “servo” (cfr <em>Lc</em> 22,27), secondo la profezia dell’Antico Testamento. Chi vuol farsi padrone della vita, invecchia il mondo.</p>
<p>Educare i giovani a cercare la vera giovinezza, a compierne i desideri, i sogni, le esigenze in modo profondo, è una sfida oggi centrale. Se non si educano i giovani al senso e dunque al rispetto e alla valorizzazione della vita, si finisce per impoverire l’esistenza di tutti, si espone alla deriva la convivenza sociale e si facilita l’emarginazione di chi fa più fatica. L’aborto e l’eutanasia sono le conseguenze estreme e tremende di una mentalità che, svilendo la vita, finisce per farli apparire come il male minore: in realtà, la vita è un bene non negoziabile, perché qualsiasi compromesso apre la strada alla prevaricazione su chi è debole e indifeso.</p>
<p>In questi anni non solo gli indici demografici ma anche ripetute drammatiche notizie sul rifiuto di vivere da parte di tanti ragazzi hanno angustiato l’animo di quanti provano rispetto e ammirazione per il dono dell’esistenza.</p>
<p>Sono molte le situazioni e i problemi sociali a causa dei quali questo dono è vilipeso, avvilito, caricato di fardelli spesso duri da sopportare. Educare i giovani alla vita significa offrire esempi, testimonianze e cultura che diano sostegno al desiderio di impegno che in tanti di loro si accende appena trovano adulti disposti a condividerlo.</p>
<p>Per educare i giovani alla vita occorrono adulti contenti del dono dell’esistenza, nei quali non prevalga il cinismo, il calcolo o la ricerca del potere, della carriera o del divertimento fine a se stesso.</p>
<p>I giovani di oggi sono spesso in balia di strumenti – creati e manovrati da adulti e fonte di lauti guadagni – che tendono a soffocare l’impegno nella realtà e la dedizione all’esistenza. Eppure quegli stessi strumenti possono essere usati proficuamente per testimoniare una cultura della vita.</p>
<p>Molti giovani, in ogni genere di situazione umana e sociale, non aspettano altro che un adulto carico di simpatia per la vita che proponga loro senza facili moralismi e senza ipocrisie una strada per sperimentare l’affascinante avventura della vita.</p>
<p>È una chiamata che la Chiesa sente da sempre e da cui oggi si lascia con forza interpellare e guidare. Per questo, la rilancia a tutti – adulti, istituzioni e corpi sociali –, perché chi ama la vita avverta la propria responsabilità verso il futuro. Molte e ammirevoli sono le iniziative in difesa della vita, promosse da singoli, associazioni e movimenti. È un servizio spesso silenzioso e discreto, che però può ottenere risultati prodigiosi. È un esempio dell’Italia migliore, pronta ad aiutare chiunque versa in difficoltà.</p>
<p>Gli anni recenti, segnati dalla crisi economica, hanno evidenziato come sia illusoria e fragile l’idea di un progresso illimitato e a basso costo, specialmente nei campi in cui entra più in gioco il valore della persona. Ci sono curve della storia che incutono in tutti, ma soprattutto nei più giovani, un senso di inquietudine e di smarrimento. Chi ama la vita non nega le difficoltà: si impegna, piuttosto, a educare i giovani a scoprire che cosa rende più aperti al manifestarsi del suo senso, a quella trascendenza a cui tutti anelano, magari a tentoni. Nasce così un atteggiamento di servizio e di dedizione alla vita degli altri che non può non commuovere e stimolare anche gli adulti.</p>
<p>La vera giovinezza si misura nella accoglienza al dono della vita, in qualunque modo essa si presenti con il sigillo misterioso di Dio.</p>
<p style="text-align: right;">Roma, 4 novembre 2011, <em>Memoria di San Carlo Borromeo</em></p>
<p style="text-align: right;">Il Consiglio Permanente</p>
<p style="text-align: right;">                                                                     della Conferenza Episcopale Italiana</p>
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		<title>GIORNATA MONDIALE VITA CONSACRATA 2012:EDUCARSI ALLA VITA SANTA DI GESU&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:35:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Messaggio della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata per la 16a Giornata Mondiale della vita consacrata  (2 febbraio 2012)  Educarsi alla vita santa di Gesù La celebrazione annuale della Giornata mondiale della vita consacrata ci invita anzitutto a esprimere un sentito ringraziamento per la testimonianza evangelica e il servizio alla Chiesa e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Messaggio della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata per la 16a Giornata Mondiale della vita consacrata  </strong><strong>(2 febbraio 2012)</strong></p>
<p><strong> </strong><strong><em>Educarsi alla vita santa di Gesù </em></strong></p>
<p>La celebrazione annuale della Giornata mondiale della vita consacrata ci invita anzitutto a esprimere un sentito ringraziamento per la testimonianza evangelica e il servizio alla Chiesa e al mondo offerto da voi, che vi siete consacrati totalmente nella sequela di Gesù Cristo. La vostra presenza carismatica e la vostra dedizione, in tempi non facili, sono una grazia del Signore, un segno profetico ed escatologico mai abbastanza apprezzato.</p>
<p>Proprio la stima e la riconoscenza che nutriamo per voi ci spinge a sollecitarvi ad accogliere cordialmente gli orientamenti pastorali che la Chiesa in Italia si è data per questo decennio.</p>
<p><em>“Educare alla vita buona del Vangelo” </em>implica certamente l’educare alla vita santa di Gesù. È questo il dono e l’impegno di ogni persona che voglia farsi discepola di Gesù, specialmente di chi è chiamato alla vita consacrata. <em>“Veramente la vita consacrata costituisce memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli” </em>(Giovanni Paolo II, <em>Vita consecrata, </em>n. 22). Il <em>proprium </em>della vita consacrata è riproporre la forma di vita che Gesù ha abbracciato e offerto ai discepoli che lo seguivano: l’<em>evangelica vivendi forma. </em>Questa costituisce una testimonianza fondamentale per tutte le altre forme di vita cristiana e tratteggia un ideale percorso educativo, antropologico ed evangelico.</p>
<p>A partire da questa prospettiva, intendiamo richiamare quattro <em>note </em>che mostrano la coerenza della vita con la vostra specifica vocazione e al tempo stesso manifestano la fecondità di un assiduo cammino formativo.</p>
<p>1) <em>Il primato di Dio. </em>Papa Benedetto XVI insiste sul fatto che la sfida principale del tempo presente è la secolarizzazione, che porta all’emarginazione di Dio o alla sua insignificanza, per cui l’uomo resta solo con la sua rabbia e la sua disperazione. Urge una nuova evangelizzazione, che metta al centro dell’esistenza umana il primo comandamento di Dio, la <em>confessio Trinitatis </em>e la Parola di salvezza, di cui voi avete profonda esperienza spirituale. Nella misura in cui testimoniate la bellezza dell’amore di Dio, che segue l’uomo con infinita benevolenza e misericordia, voi spandete quel “buon profumo divino” che può richiamare l’umanità alla sua vocazione fondamentale: la comunione con Dio. Nella vostra esistenza trasfigurata dalla bellezza della sua santità, siete chiamati ad anticipare la comunità “senza macchie e senza rughe”, “il cielo nuovo e la terra nuova” che ogni uomo desidera (cfr <em>Ap </em>21,1).</p>
<p>2) <em>La fraternità</em>. La fraternità universale è il sogno di Dio, Padre di tutti. La dilagante conflittualità che deteriora le relazioni umane mostra la perenne attualità della missione di Cristo e dei suoi discepoli: raccogliere in unità i figli di Dio dispersi. La Chiesa è segno e sacramento di questa comunione. <em>“Per presentare all’umanità di oggi il suo vero volto, la Chiesa ha urgente bisogno di comunità fraterne, le quali con la loro stessa esistenza costituiscono un contributo alla nuova evangelizzazione” </em>(<em>Vita consecrata</em>, n. 45). Che bella testimonianza ecclesiale possono offrire alle parrocchie, alle famiglie e ai giovani autentiche fraternità, capaci di accoglienza, di rispetto e di accompagnamento! Sono segni di un amore che sa aprirsi alla Chiesa particolare, a quella universale e al mondo<em>. </em>Tocca alle comunità religiose essere scuole di fraternità che impegnano i propri membri alla formazione permanente alle virtù evangeliche: umiltà, accoglienza</p>
<p>dei piccoli e dei poveri, correzione fraterna, preghiera comune, perdono reciproco, condividendo la fede, l’affetto fraterno e i beni materiali (cfr <em>At </em>2-4; 1<em>Pt </em>3,8-9). Gesù prega, perché i suoi discepoli <em>“siano una sola cosa”</em>, come lui lo è con il Padre (cfr <em>Gv </em>17,21). Come ci insegna Benedetto XVI, <em>“mediante l’unità umanamente inspiegabile dei discepoli di Gesù viene legittimato Gesù stesso” </em>(<em>Gesù di Nazaret</em>, vol. II, p.112) e tutti possono giungere alla fede.</p>
<p>3) <em>Lo zelo divino</em>. In un mondo monotono e apatico, dominato dagli istinti e dalle passioni, Gesù e i suoi discepoli testimoniano la forza straordinaria dello zelo divino, che proviene dallo Spirito Santo. Dio è amore, “fuoco divorante”, roveto ardente che brucia senza mai consumarsi (cfr <em>Es </em>3,2). Nel <em>Cantico dei Cantici</em>, la sposa grida: <em>“Le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo” </em>(8,6-7). Il profeta Elia, <em>“pieno di zelo per il Signore” </em>(<em>1Re </em>19,10), ha comportamenti e parole che lo rendono simile al fuoco. Il profeta Geremia non riesce a contenere nel suo cuore il fuoco ardente di un’irresistibile seduzione (cfr <em>Ger </em>20,7). Gesù è venuto <em>“a portare il fuoco sulla terra” </em>per accenderla del suo amore (cfr <em>Lc </em>12,49). Dove passa porta la pace, il perdono, la guarigione, ma anche la divisione. I discepoli, vedendolo, si ricordano delle parole del salmista: <em>“Lo zelo per la tua casa mi divorerà” </em>(<em>Gv </em>2,17; cfr <em>Sal </em>69,10). Benedetto XVI, rivolgendosi ai superiori e alle superiore generali degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica ebbe a dire: <em>“Appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente, essere trasformati dallo splendore della sua bellezza […]. Essere di Cristo significa mantenere sempre ardente nel cuore una viva fiamma d&#8217;amore” </em>(discorso del 22 maggio 2006).</p>
<p>Dovremmo preoccuparci non tanto della contrazione numerica delle vocazioni, quanto della vita tutto sommato mediocre di molti, in cui sembra persa la traccia dello zelo, della passione, del fuoco d’amore che animava Gesù e i santi. Per la nuova evangelizzazione a cui la Chiesa oggi è chiamata occorrono nuovi santi, appassionati di Gesù e dell’uomo, sentinelle che sanno intercettare gli orizzonti della storia, in cui ancora una volta Dio ha deciso di servirsi delle creature per realizzare il suo disegno d’amore. Da sempre la vita consacrata è stata laboratorio di nuovo umanesimo, cenacolo di cultura che ha fecondato la letteratura, l’arte, la musica, l’economia e le scienze. È un impegno a cui siamo fortemente chiamati in questo tempo difficile.</p>
<p>4) <em>Stile di vita. </em>La povertà evangelica favorisce uno stile di vita all’insegna dell’essenzialità, della gratuità, dell’ospitalità, superando le derive dell’omologazione e del consumismo. La castità consacrata aiuta a riqualificare la sessualità e a dare ordine e significato vero agli affetti, orientandoli a un amore fedele e fecondo. L’obbedienza libera dall’individualismo e dall’orgoglio, per renderci servi di Dio e disponibili a fare la sua volontà mettendoci a servizio delle persone che lui ci affida, specialmente i poveri. Vissuti sull’esempio di Cristo e dei santi, i consigli evangelici costituiscono una vera testimonianza profetica dal profondo significato antropologico, che suppone e richiede un grande impegno educativo. È un cammino da compiere con umiltà, discrezione e misericordia, perché tale Gesù si è mostrato a noi. Lo zelo divino si è coniugato in lui con la costanza che ha vinto le resistenze più dure, con la paziente fiducia che ha superato i pregiudizi più perversi, con l’amore misericordioso che lo ha spinto a dare se stesso in offerta per tutti. Se lo Spirito di Gesù abita nei nostri cuori, anche noi potremo fare quel che ha fatto lui.</p>
<p>Cari consacrati, care consacrate, vi accompagni e vi protegga la Vergine Maria, perfetta discepola e dolce maestra. Vi benedicano dall’alto i santi fondatori, i cui carismi illuminano il vostro cammino, tracciando per voi la strada della vita buona del Vangelo.</p>
<p style="text-align: right;"> Roma, 6 gennaio 2012, <em>Solennità dell’Epifania del Signore </em></p>
<p style="text-align: right;">LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER IL CLERO E LA VITA CONSACRATA<strong> </strong></p>
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		<title>S. MASSIMILIANO KOLBE MARTIRE DELLA CARITA’ AD AUSCHWITZ</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:29:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
				<category><![CDATA[News & Eventi]]></category>

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		<description><![CDATA[Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell&#8217;ordine dei francescani e, mentre l&#8217;Europa si avvia a un secondo conflitto mondiale, svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Ammalato di tubercolosi, Kolbe dà vita al «Cavaliere dell&#8217;Immacolata», periodico che raggiunge in una decina d&#8217;anni una tiratura di milioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell&#8217;ordine dei francescani e, mentre l&#8217;Europa si avvia a un secondo conflitto mondiale, svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Ammalato di tubercolosi, Kolbe dà vita al «Cavaliere dell&#8217;Immacolata», periodico che raggiunge in una decina d&#8217;anni una tiratura di milioni di copie. Nel 1941 è deportato ad Auschwitz. Qui è destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Nel campo di sterminio Kolbe offre la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Muore pronunciando «Ave Maria». Sono le sue ultime parole, è il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo». La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte. <em>(Avvenire)</em></p>
<p>Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento tedeschi. Il papa Giovanni Paolo II ha detto di lui, che con il suo martirio egli ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”.</p>
<p>Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre; ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei, ma durò solo qualche mese, poi i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, visto l’origine del suo cognome, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati, venne imprigionato.<br />
Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. Il 28 maggio fu trasferito ad Auschwitz, tristemente famoso come campo di sterminio, i suoi quattro confratelli l’avevano preceduto un mese prima; fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.<br />
La sua dignità di sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.<br />
La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro; dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano, allora le SS decisero, che giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.<br />
Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca. Il suo fulgido martirio gli ha aperto la strada della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971 con papa Paolo VI e poi è stato canonizzato il 10 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II, suo concittadino.</p>
<p><strong><em>&#8220;Vado a servire l&#8217;immacolata in un altro campo di lavoro&#8221;</em></strong><br />
il 17 febbraio 1941 viene arrestato per la seconda volta. Dice: <em>&#8220;Vado a servire l&#8217;immacolata in un altro campo di lavoro&#8221;</em>.<br />
Il nuovo campo di lavoro è quello di Auschwitz. Tutta l&#8217;energia di questo uomo fisicamente fragilissimo (malato di tisi, con un solo polmone) è ora messa a confronto con la sofferenza più atroce. Una sofferenza che lo colpisce sistematicamente, come gli altri e più degli altri, perché appartiene al gruppo dei preti, quello che per odio e maltrattamenti è accomunato agli ebrei.<br />
Diventa il n. 16670. Comincia tirando carri di ghiaia e di sassi per la costruzione di un muro del crematorio: un carro che doveva essere tirato sempre correndo. Ogni dieci metri una guardia con un bastone garantisce la persistenza del ritmo. Poi a tagliare e trasportare tronchi d&#8217;albero. A lui, perché prete, toccava un peso due o tre volte superiore a quello dei suoi compagni. Lo vedono sanguinare e barcollare. Non vuole che gli altri si espongano per lui. <em>&#8220;Non vi esponete a ricevere colpi per me. L&#8217;immacolata mi aiuterà, farò da solo&#8221;</em>.<br />
Quando lo vogliono portare all&#8217;ospedale del campo, se ne ha la forza, indica sempre qualcun altro che, a suo parere, ha più bisogno di lui: <em>&#8220;io posso aspettare. Piuttosto quello lì&#8230;&#8221;</em>.<br />
Quando lo mettono a trasportare cadaveri, spesso orrendamente mutilati, e ad accatastarli per l&#8217;incenerimento, lo sentono mormorare pian piano: <em>&#8220;Santa Maria prega per noi&#8221;</em> e poi: <em>&#8220;Et Verbum caro factum est&#8221; (Il Verbo si è fatto carne).</em><br />
Nelle baracche qualcuno la notte striscia verso di lui in preda all&#8217;orrore e si sente dire lentamente, pacatamente, come un balsamo: <em>&#8220;l&#8217;odio non è forza creativa; solo l&#8217;amore è forza creativa&#8221;.</em><br />
Oppure parla, dell&#8217;immacolata: <em>&#8220;Ella è la vera consolatrice degli afflitti. Ascolta tutti, ascolta tutti!&#8221;</em>. Gli ammalati lo chiamano: <em>&#8220;il nostro piccolo padre&#8221;.</em><br />
Poi venne quel giorno in cui un detenuto del blocco 14 riuscì a Fuggire. Padre Kolbe era stato assegnato a quel blocco solo da pochi giorni. Per tre ore tutti i blocchi vennero tenuti sull&#8217;attenti. Alle 9, per la misera cena, le file vengono rotte. Il blocco 14 dovette stare immobile mentre il loro cibo veniva versato in un canale.<br />
Il giorno dopo, il blocco rimase tutto il giorno allineato immobile, sulla piazza: guardati, percossi, digiuni, sotto il sole di luglio: distrutti dalla fame, dal caldo, dall&#8217;immobilità, dall&#8217;attesa terribile. Chi cadeva veniva gettato in un mucchio ai bordi del campo. Quando gli altri blocchi tornarono dal lavoro si procedette alla decimazione: per un prigioniero fuggito dieci condannati a morte nel bunker della fame. Un condannato al pensiero della moglie e dei figli grida. A un tratto il miracolo. P. Massimiliano esce dalla fila, si offre in cambio di quell&#8217;uomo che nemmeno conosce. Lo scambio viene accettato. Il miracolo per intercessione di P. Kolbe, Dio lo compie in quell&#8217;istante.<br />
Dobbiamo veramente ricostruire ciò che avvenne. Non molti poterono udire. Ma tutti ricordano un particolare&#8230; Kolbe uscì dalla fila e si diresse diritto, <em>&#8220;a passo svelto&#8221;</em> verso il Lagerfuehrer Fritsch, allibito che un prigioniero osasse tanto.<br />
Per il Lagerfuehrer Fritsch i prigionieri erano solo dei numeri.<br />
P. Kolbe lo costrinse a ricordare che erano uomini, che avevano una identità. &#8220;<em>Che cosa vuole questo sporco polacco?&#8221;. &#8220;Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano (aveva 47 anni). Voglio prendere il suo posto perché lui ha moglie e figli&#8221;.</em><br />
La cosa più incredibile, il primo miracolo di Kolbe e attraverso Kolbe fu il fatto che il sacrificio venisse accettato.<br />
Lo scambio, con la sua affermazione di scelta e di libertà e di solidarietà, era tutto ciò contro cui il campo di concentramento era costruito.<br />
Il campo di concentramento doveva essere la dimostrazione che <em>&#8220;l&#8217;etica della fratellanza umana&#8221; era solo vigliaccheria. Che la vera etica era la razza, e le razze inferiori non erano &#8220;umane&#8221;</em>. Il principio umanitario secondo l&#8217;ideologia nazista era una menzogna giudeo-cristiana. Nel campo dì concentramento si dimostrava che l&#8217;umano è ciò che di più esterno c&#8217;è nell&#8217;uomo, una maschera che può essere levata a volontà.<br />
<em>&#8220;I campi di concentramento costituivano un frammento del dibattito filosofico definitivo&#8221;</em> (Szczepanski).<br />
Che Fritsch accogliesse il sacrificio di Kolbe e soprattutto accogliesse lo scambio (avrebbe dovuto almeno decidere la morte di ambedue) e quindi il valore e l&#8217;efficacia del dono, fu qualcosa di incredibile. Era infatti un gesto che dava valore umano al morire, che rendeva il morire non più soggezione alla forza ma offerta volontaria. Per Fritsch o fu un lampo di novità o fu la totale cecità di chi non credeva più che quella gente avesse alcun significato storico. Di fatto non c&#8217;era nessuna speranza umana che quel gesto oltrepassasse i confini del campo di concentramento.<br />
Né P. Kolbe poteva umanamente pensare a una qualsiasi eco storica del suo gesto. Ma P. Kolbe riuscì a dimostrare fisicamente che quel campo era un Calvario. E non mi riferisco a una immagine simbolica. Mi riferisco a una Messa.<br />
Da quel giorno, da quella accettazione, il campo possedette un luogo sacro. Nel blocco della morte i condannati vennero gettati nudi, al buio, in attesa di morire per fame. Non venne dato loro più nulla, nemmeno una goccia d&#8217;acqua. La lunga agonia era scandita dalle preghiere e dagli inni sacri che P. Kolhe recitava ad alta voce. E dalle celle vicine gli altri condannati gli rispondevano.<br />
<em>&#8220;L&#8217;eco di quel pregare penetrava attraverso i muri, di giorno in giorno sempre più debole, trasformandosi in sussurro, spegnendosi insieme al respiro umano. Il campo tendeva l&#8217;orecchio a quelle preghiere. Ogni giorno la notizia che pregavano ancora faceva il giro delle baracche. L&#8217;intorpidito tessuto della solidarietà umana ricominciava a pulsare di vita. La morte che lentamente veniva consumata nei sotterranei del tredicesimo blocco non era la morte di vermi schiacciati nel fango. Era un dramma e rito. Era sacrificio di purificazione&#8221; (Szczepanski).</em><br />
La fama di ciò che avveniva si sparse anche negli altri campi di concentramento. Ogni mattina il bunker della fame veniva ispezionato.<br />
Quando le celle si aprivano quegli infelici piangevano e chiedevano del pane; chi si avvicinava veniva colpito e ributtato violentemente sul cemento.<br />
P. Kolbe non chiedeva nulla non si lamentava, restava in fondo seduto, appoggiato alla parete. Gli stessi soldati lo guardavano con rispetto. Poi i condannati cominciarono a morire; dopo due settimane erano vivi solamente in quattro con P. Kolbe. Per costringerli a morire, il 14 agosto, venne fatta loro una iniezione di acido fenico al braccio sinistro. Era la vigilia di una delle feste mariane che Massimiliano amava di più: l&#8217;Assunta, a cui cantava sempre volentieri quella lauda popolare che dice: <em>&#8220;Andrò a vederla, un dì!&#8221;</em>.<br />
<em>&#8220;Quando aprii la porta di ferro, è il suo carceriere che racconta, non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. Ancora appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai&#8221;.</em><br />
Giovanni Paolo Il, predicando ad Auschwitz, ha detto:<br />
<em>&#8220;In questo luogo che fu costruito per la negazione della fede, della fede in Dio e della fede nell&#8217;uomo, e per calpestare radicalmente non soltanto l&#8217;amore ma tutti i segni della dignità umana, dell&#8217;umanità, quell&#8217;uomo (il P. Kolbe) ha riportato la vittoria mediante l&#8217;amore e la fede&#8221;.</em><br />
P. Kolbe ha dimostrato, in forza della sua fede, che l&#8217;uomo può creare abissi di dolore ma non può evitare che essi siano inabitati dal Crocifisso e dal mistero del Suo amore sofferente, che si riattualizza, che autonomamente e con forza inarrestabile decide di farsi &#8220;presene&#8221;. Fu soprattutto per questa decisione di Cristo che Fritsch, contro se stesso, dovette &#8220;accettare&#8221; lo scambio.<br />
Due sono gli insegnamenti che ci restano contemplando il volto di P. Kolbe: uno torna dal suo martirio alla sua vita, l&#8217;altro va dalla sua vita al suo martirio.<br />
Nel primo insegnamento P. Kolbe ci dice che rispondere alla disumanità con l&#8217;offerta e il sacrificio di sé non è la risposta di chi non sa fare altro, di chi si rassegna e cede all&#8217;oppressore, di chi attende tutto dall&#8217;al-di-là e perciò può subire.<br />
P. Kolbe ha dato la vita, accettando di morire, dopo che aveva spese tutte le sue energie per la costruzione di un mondo diverso, di un mondo nuovo, di un centuplo quaggiù. Il martirio non fu una fuga devota. Fu la pienezza della sua energia vitale.<br />
Nel secondo insegnamento P. Kolbe ci dice che la stoffa di cui sono fatti i martiri non è quella di chi nella sua vita si è divertito col pluralismo e con l&#8217;irenismo ad ogni costo, anche se li chiama &#8220;dialogo&#8221; ed &#8220;ecumenismo&#8221;.<br />
Esiste certamente un modo giusto di considerare questi valori (che è il modo della carità, non della perdita di identità), ma tante volte essi sono soltanto usati per preservarsi, per non dovere &#8220;dare la vita&#8221;.<br />
P. Kolbe definiva la fede con una nettezza impressionante, e con altrettanta decisione la propagandava e la voleva incarnare in tutti gli spazi della vita culturale e sociale; e seppe avere tanta carità da essere il primo &#8220;martire della carità&#8221;. Proprio con questo titolo, mai utilizzato prima, è stato canonizzato da Giovanni Paolo II<br />
Ma chi, in nome di una pretesa carità cristiana, annacqua la fede e la rende culturalmente inincidente e irrilevante nella storia è sicuro d&#8217;avere proprio quella carità che abilita a dare la vita?<br />
Questa è la domanda seria che discrimina tutti gli atteggiamenti dei cristiani e li giudica. La fede e la carità esigono, ambedue, forza e decisione, e crescono assieme con lo stesso coraggio.</p>
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		<title>27 GENNAIO 2012: IL GIORNO DELLA MEMORIA PER RICORDARE LA SHOAH</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 16:08:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Missionario Francescano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La fine dell&#8217;olocausto nazista compie ben 66 anni il 27 gennaio2012. Infatti, in questo giorno di 66 anni fa, i cancelli di Auschwitz, il più grande/noto centro di sterminio degli ebrei, furono finalmente abbattuti. Credo che ricordare il più grande e vergognoso evento della storia umana sia un atto doveroso sia per tutti gli uomini; le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6><span style="font-size: small;">La fine dell&#8217;olocausto nazista compie ben 66 anni il 27 gennaio2012.<br />
Infatti, in questo giorno di 66 anni fa, i cancelli di Auschwitz, il più grande/noto centro di sterminio degli ebrei, furono finalmente abbattuti.<br />
Credo che ricordare il più grande e vergognoso evento della storia umana sia un atto doveroso sia per tutti gli uomini; le donne; i bambini e gli anziani; che persero la vita, sia per i grandi eroi che di vite ne salvarono quante più possibili, sia per la generazione attuale e anche per le generazioni future.<br />
È doveroso ricordare ciò che avvenne, è doveroso ricordare cos&#8217;è capace di fare l&#8217;essere umano SENZA DIO.<br />
Le stime parlano di oltre 6 milioni di vite. Vite atrocemente spezzate dalla follia umana. Uomini, donne, anziani e bambini (nessuna pietà, per nessuno) umiliati, torturati, bruciati vivi nei forni crematori, asfissiati nelle camere a gas, fucilati.E’ impossibile  immaginare come sia stato possibile tutto ciò,  pensare che l&#8217;uomo sia capace di causare talmente tanto dolore ai propri simili …</p>
<h6><span style="font-size: small;">Quest&#8217;anno cade il 25° anniversario dalla scomparsa di Primo Levi, scrittore torinese che con le sue alte testimonianze ha contribuito a descrivere e decifrare la barbarie dei campi di sterminio. “Se capire è impossibile, conoscere è necessario”, ha scritto.</span></h6>
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